Chiediamo al Governo italiano di bloccare l’accordo Europol

di Pier Virgilio Dastoli
Nonostante i fatti di Parigi (a partire da Charlie Hebdo) abbiano ampiamente dimostrato le lacune della cosiddetta cooperazione in materia di polizia tuttora su base preminentemente volontaria il testo emerso dopo un anno e mezzo di negoziati informali (e segreti) fa del nuovo testo di EUROPOL “lisbonizzato” una specie di “Frankestein” che ha ben poco a che fare con quanto previsto dal Trattato (in particolare per quanto riguarda la necessaria subordinazione ad una strategia giudiziaria nazionale ed europea sottesa alla relazione richiamata nel trattato tra Europol e il futuro Procuratore europeo)

– le priorita della lotta alla criminalita nell’Unione saranno definite solo dalla Commissione e dal Consiglio come se la cooperazione di polizia e giudiziaria nel quadro di uno spazio di sicurezza comune fosse tuttora una questione intergovernativa e gli aspetti strategici ed operativi sfuggissero alla responsabilita’ del co-legislatore Parlamento europeo. Il fatto poi che quest’ultimo a sei anni dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona dimentichi che a nuovi poteri corrispondono anche nuove responsabilita’ (anche su ciò che colpevolmente non viene fatto a livello europeo) non solleva dalle loro responsabilita’ il Consiglio e la Commissione

– Europol continuerebbe ad essere una specie di “taxi” per i singoli stati ma coordinerebbe ormai le attività a carettere sovranazionale non nel quadro di norme europee (vedi il caso di EUROSUR per il controllo delle frontiere) ma su base solo volontaria nel quadro della cosiddetto “Policy Cycle” . Quest’ultimo è una specie di shopping list in cui ciascuno sceglie la propria “specialità” e la abbandona in tutta tranquillità sapendo che comunque i risultati non saranno discussi dai Parlamenti nazionali e dal Parlamento europeo in quanto per definizione…confidenziali. In materia di terrorismo la collaborazione si concentra su 5 stati su 28 e non deve quindi sorprendere che i risultati siano quelli che ormai tutti conoscono..

– Il direttore esecutivo è nominato dagli stati membri riuniti nel consiglio di amministrazione e una volta nominato deve solo rendere una visita di cortesia al Parlamento europeo (poco importa che quest’ultimo sia anche l’autorità di Bilancio e finanzi Europol con 80/90 milioni di euro l’anno…).

– in materia di informazione il Parlamento europeo è equiparato ai parlamenti nazionali e, al massimo, destinatario di una relazione annuale

– in materia di protezione dei dati si disegna una confusa relazione tra autorità nazionali, EDPS e futuro privacy board (con funzioni consultive!) ponendo solide condizioni di conflitti di potere così cari alla burocrazia specie quando scoppiano le crisi

– in materia di informazioni classificate il principio dell’originator prevale su ogni altra considerazione e mette sullo stesso piano privati, paesi terzi paesi membri e paesi dell’Unione. Ora all’interno dell’ Unione l’obbligo di fornire le informazioni deve derivare dalla legge europea in applicazione di principi fissati dall’art.15 TFUE (e dalla Carta) e non da norme interne di una altra istituzione (il Consiglio). A governare le relazioni all’interno dell’Unione è il principio di cooperazione leale e non le considerazioni di opportunità del proprietario dell’informazione una volta che questa sia stata messa nel circuito per conseguire obiettivi dell’Unione. (Non è un caso che lo stesso Trattato riconosca allo Stato membro in questione di non trasmettere l’informazione se la sua diffusione potesse arrecare pregiudizio a livello nazionale ma una volta trasmessa questa risponde a giudizi di opportunità europei e non più dell’Originator)

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